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La Fossa comune è situata a poca distanza dall’Ossario, lungo viale Resistenza, ad alcune centinaia di metri dalla strada carrozzabile.

In questo luogo, nel corso del cosiddetto “Maggio di sangue” del 1944, si è compiuto il più grave eccidio del periodo della Resistenza in Val Sangone.

Nel pomeriggio del 16 maggio trentuno uomini  circa (ma il numero è ancora discusso), tra i quali numerosi partigiani delle formazioni della valle, catturati nei giorni precedenti e rinchiusi nel carcere allestito presso la scuola elementare di Coazze, vengono fatti salire su un camion e condotti nella zona di  Forno. Tra loro, probabilmente, ci sono anche alcuni civili. Poco oltre il cimitero della borgata i prigionieri sono fatti scendere e vengono divisi in due gruppi: il primo si incammina sulla mulattiera che scende verso la riva destra del Sangone, l’altro prosegue verso Garida. Arrivati quasi alla riva del fiume i prigionieri vengono costretti a scavare una fossa (su questo e su altri punti però - non essendoci testimonianze dirette -  vi sono versioni discordanti). Verso le ore 17:00 sono divisi in otto gruppi di tre persone, vengono fatti allineare sul ciglio della fossa, e quindi colpiti alle gambe da alcune raffiche di mitra. Cadono nella buca ammassandosi l’uno sull’altro. Pochissimi muoiono subito, la maggior parte è agonizzante. Saranno lasciati morire per dissanguamento. Agli abitanti di Forno, che volevano vedere che cosa fosse successo, viene impedito con le armi di avvicinarsi al luogo dell’eccidio.  Nelle parole di alcuni testimoni si coglie ancora lo sgomento e lo sdegno suscitato da quella barbarie: «una scena da non credersi. Ce n’erano che non riuscivano a morire, che chiamavano aiuto e gemevano là sotto ancora il giorno dopo. E i soldati lì, che non si poteva fare un passo che ti sparavano addosso» (Ines Barone, 1987) o ancora «persino alle bestie si porta più rispetto. Gli hanno sparato alle gambe per farli crepare un po’ alla volta. Erano ragazzi giovani, gente di vent’anni che dalla fossa chiamava la mamma. Mette i brividi solo a ricordarle ‘ste cose» (Bruno Pautasso, 1987).

 

A lato strada, prima dell’inizio del sentiero lastricato in pietra che conduce al sito (e lungo il quale sono sistemati tre cippi), si trova un’area di accoglienza - creata a seguito dei lavori di ristrutturazione dell’area avvenuti tra il 1989 ed il 1991 - ed intitolata al maggiore Luigi Milano. Qui sono sistemati due cippi e due targhe. Nel 2011 l’area ha subito una radicale trasformazione con la creazione della cosiddetta “Finestra sulla Resistenza”.

Nella parte finale del percorso sono poste due pietre, tratte dal greto del Sangone, e sulle quali è ricordato il sacrificio dei caduti. La prima si trova al termine del sentiero, sulla sinistra. La seconda è stata invece posizionata ai margini della Fossa comune, a fianco della grande lapide di pietra incisa con il profilo di un caduto. I caduti sono ricordati da una lapide e da una targa.

La prima, che è posta su un’ampia roccia piatta e poggia su un basamento di cemento sul quale si eleva una grande croce, è stata posata nel 1948. Sulla lapide sono elencati 26 caduti, di cui sette ignoti. Tra i ventisei caduti non vi è nessun valligiano, vi sono però undici piemontesi di cui due valsusini (Pierino Armando di Avigliana e Pasquale Nicola di Susa che sono anche, rispettivamente, il più giovane ed il più vecchio tra i caduti della Fossa comune: Armando ha appena sedici anni, ventisei ne ha Nicola). Otto provengono da altre regioni italiane, anche se alcuni di essi risiedono in Piemonte. Tra i diciannove caduti di cui conosciamo l’identità dieci sono effettivi della banda «Nicoletta», sette della banda «Sergio», uno della «Nino-Carlo» ed uno della «Genio». Il cognome di Giuseppe Berutti, diversamente da quanto accade sulla lapide dell’Ossario, è qui riportato correttamente.

La targa, inserita all’interno di una nicchia in cemento, si trova davanti alla vecchia lapide ed alla croce. È stata posata in occasione dei lavori di ammodernamento del sito, svoltisi - sotto l’egida del Comitato per l’Ossario - tra il 1989 ed il 1991. L’elenco dei caduti differisce leggermente rispetto a quello inciso sulla lapide. Vi sono indicati venticinque nomi (e non ventisei). Viene erroneamente incluso Ottavio Mossa, caduto altrove, mentre non compare Luigi Zelioli la cui presenza - peraltro già attestata dalla lapide del 1948 - è stata poi confermata dalle ricerche di Mauro Sonzini. Inoltre non viene più indicato l’ignoto n° 35. Anche qui, come già sulla lapide dell’Ossario, il cognome di Giuseppe Berutti è travisato in Berruti. L’ordine in cui compaiono i caduti differisce rispetto alla lapide perché segue esattamente l’ordine alfabetico.

Testo  tratto da  Andrea  Mortara, Guerra e Resistenza - Tra memoria e rappresentazione. Il caso di Coazze, tesi di Laurea, Università degli Studi di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia Corso di Laurea in Lettere, a.a. 2011/2012 (relatrice prof. Emma Mana).

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